Il presente articolo contiene informazioni di carattere generale e non sostituisce in alcun modo l’assistenza di un avvocato. Per maggiori informazioni sul tema e sui servizi offerti dallo Studio Legale Giannone, Vi invitiamo a contattarci scrivendo a info@studiolegalegiannone.it o chiamando il numero 0125.48557 (lunedì-venerdì, ore 9-13 e 15-19).
Segnaliamo il seguente articolo nell’ambito della collaborazione con lo Studio Salussolia & Associates di Miami, partner internazionale dello Studio Legale Giannone.
L’articolo è scritto e tradotto in inglese e spagnolo dall’avv. Carmela De Luca dello studio Salussolia & Associates.
Una tassa senza precedenti che ridisegna l’accesso al visto per lavoratori qualificati: il caos interpretativo iniziale, i chiarimenti ufficiali e i primi effetti sul campo.

Dopo una giornata di dichiarazioni, smentite e chiarimenti, oggi negli ambienti politici e imprenditoriali prevale la calma apparente. L’annuncio della nuova tassa di 100.000 dollari sulle petizioni H-1B, firmata il 19 settembre dal Presidente Donald Trump, e entrata in vigore il 21 settembre, ha agitato mercati, studi legali e lavoratori qualificati in tutto il mondo. Se il 21 settembre è stato il giorno del caos interpretativo, il giorno successivo si è aperto con un quadro più nitido, ma con molti interrogativi ancora sul tavolo.
Il 19 settembre, infatti, la Proclamazione presidenziale ha introdotto un pagamento straordinario di 100.000 dollari per le nuove petizioni H-1B. La misura, giustificata con l’obiettivo di “proteggere i lavoratori americani” e contrastare gli abusi del programma, affida al Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS), al Dipartimento di Stato (DOS) e alle agenzie di frontiera il compito di verificarne e farne rispettare l’applicazione. Il testo del provvedimento e la relativa scheda ufficiale della Casa Bianca fissano l’entrata in vigore al 21 settembre 2025 (ore 12:01 a.m. ET), con l’incarico alle agenzie di coordinarsi per l’attuazione.
I chiarimenti dopo il caos
Nelle ore successive all’annuncio ha prevalso la confusione: aziende tecnologiche e studi legali hanno chiesto istruzioni operative, mentre la stampa rilanciava interpretazioni contrastanti su destinatari e tempi di applicazione. Solo nella serata di ieri sono arrivate le prime precisazioni ufficiali: una nota della Casa Bianca ha chiarito che il contributo di 100.000 dollari si applica esclusivamente alle nuove petizioni depositate dopo le 12:01 del 21 settembre 2025, inclusa la stagione della lottery 2026. Restano quindi escluse le domande già presentate e i visti già rilasciati.
Il perché della nuova disposizione
Quanto accaduto in Georgia all’inizio di settembre rende la vicenda più concreta. In uno stabilimento industriale collegato a Hyundai-LG, un’ampia operazione federale ha portato all’arresto e al rimpatrio di centinaia di lavoratori stranieri — molti dei quali titolari di visti formalmente validi. L’inchiesta non si è limitata a verificare la regolarità documentale; ha puntato il dito su pratiche contrattuali e di impiego che, secondo gli investigatori, avrebbero visto lavoratori stranieri impiegati in mansioni operative ordinarie, senza programmi strutturati di training destinati alla forza lavoro statunitense.
Originariamente concepito come un canale per importare competenze rare e favorire lo sviluppo del capitale umano nazionale, il programma si è trasformato, per alcuni, in uno strumento per reperire manodopera specializzata a costi più competitivi. L’episodio ha alimentato un dibattito immediato sull’uso dei lavoratori stranieri per mansioni operative, senza adeguati trasferimenti di competenze alla forza lavoro locale, mettendo in luce tensioni tra politica migratoria, investimenti esteri e leggi sul lavoro.
Sui social, filmati e testimonianze parlano di passeggeri titolari di H-1B che, informati dalle notizie, hanno chiesto di non partire o hanno provato a sbarcare, temendo di non poter rientrare negli Stati Uniti. La scena è emblematica: quando una politica pubblica incide sulle vite quotidiane, la reazione è immediata; la percezione di incertezza può produrre costi umani e logistici pari al provvedimento stesso.
La giornata del 21 settembre si chiude dunque con un quadro più chiaro: nessuna retroattività, focus su nuove petizioni presentate dopo l’entrata in vigore e un approccio di enforcement che valorizza l’obiettivo politico di “mettere al primo posto i lavoratori americani”. Resta però un cantiere aperto: le agenzie devono tradurre il dettato della Proclamazione in procedure operative coerenti tra USCIS (fase di petizione), DOS (visti consolari) e CBP (ingresso alle frontiere), evitando divergenze applicative e incertezze per imprese e famiglie.
Le prossime settimane diranno se il coordinamento istituzionale saprà evitare nuovi episodi di caos e se i correttivi promessi — dalle eccezioni “di interesse nazionale” alla chiarezza sulle verifiche documentali — saranno sufficienti a conciliare tutela occupazionale e continuità delle filiere ad alta specializzazione, su cui si regge una larga parte dell’economia statunitense.
L’impatto sulle PMI
In controluce, le reazioni di queste ore offrono una lezione di politica industriale: i colossi tecnologici probabilmente assorbiranno i nuovi oneri più facilmente, mentre le piccole e medie imprese rischiano di patire costi e incertezze in misura sproporzionata.
Resta tuttavia una questione cruciale: la non retroattività chiarita a livello politico sarà tradotta in modo uniforme nelle pratiche consolari, nelle istruzioni del Department of State e nelle valutazioni operative del CBP al momento dell’ingresso?
Sostanzialmente, la Proclamazione introduce tre elementi nuovi o enfatizzati. Innanzitutto, viene imposto oltre al pagamento una tantum di 100.000 dollari per le nuove petizioni H-1B presentate all’estero. Contestualmente, il Department of Labor è incaricato di rivedere i livelli salariali prevalenti, mentre il DHS deve dare priorità alle petizioni relative a posizioni ad alto valore salariale e a competenze non facilmente replicabili sul mercato domestico. Infine, DOS e CBP assumono un ruolo rafforzato nella verifica della compliance, sia al momento del rilascio del visto sia durante l’ingresso sul territorio statunitense.
Per multinazionali con bilanci smisurati, centomila dollari per singola petizione possono essere assorbibili in termini puramente finanziari, ma la realtà è più sfumata e rilevante sul piano strategico. Chi presenta migliaia di petizioni l’anno vede la somma aggregata misurarsi in centinaia di milioni, con possibili impatti su politiche del lavoro, outsourcing e localizzazione delle attività di R&D. Alcune aziende potrebbero quindi rivedere la composizione geografica delle proprie R&D, aumentando investimenti in Paesi con regimi migratori più favorevoli, con effetti sulle collocazioni produttive e sulla catena globale del valore.
Le reazioni non si sono fatte attendere. Molti esperti sottolineano il rischio di un freno all’attrazione dei talenti globali, mentre Elon Musk, commentando su X, ha definito la misura “un autogol competitivo che spingerà cervelli e innovazione fuori dagli Stati Uniti”.
La tassa ha un effetto selettivo che trascende il semplice prezzo: rende più costosa la sperimentazione interna, i contratti di breve termine o i programmi pilota che lanciano nuovi servizi. Per una grande impresa che testava modelli rapidi di team internazionale, il vincolo economico può tradursi in tempi più lunghi per l’innovazione. La pressione regolatoria e reputazionale porta inoltre costi indiretti: maggiori controlli, audit e necessità di consulenze legali e di compliance aumentano il costo amministrativo del ricorso all’H-1B.
Per le PMI la questione è ancora più immediata. Start-up, imprese manifatturiere specializzate e studi di consulenza ricorrono spesso al visto H-1B per attrarre competenze non disponibili localmente; in molti casi, il valore economico che ciascun lavoratore porta all’azienda è elevato rispetto al costo di ingresso, ma non giustifica un onere aggiuntivo di 100.000 dollari per ogni nuova assunzione. Il risultato pratico è una forte disincentivazione all’uso del programma: meno assunzioni internazionali, minore capacità di crescita e, sul piano aggregato, una possibile contrazione del dinamismo innovativo del tessuto produttivo.
La barriera economica favorisce inoltre un consolidamento competitivo: chi dispone di risorse può internalizzare il rischio, mentre chi non le ha resta escluso, generando un effetto di concentrazione che potrebbe accentuare le asimmetrie già presenti nel sistema economico.
Una delle questioni più critiche riguarda il “last mile”: dopo lo stamping consolare, l’ammissione negli Stati Uniti resta a discrezione del CBP, anche in presenza di chiarimenti sulla non retroattività. Divergenze interpretative tra agenzie potrebbero quindi tradursi in esiti contraddittori rispetto all’intento politico. La Proclamazione prevede inoltre esenzioni caso per caso legate al “national interest”, ma restano da definire i criteri concreti — dalle infrastrutture critiche alla ricerca strategica — con il rischio di creare disparità tra datori di lavoro. In definitiva, la tassa da 100.000 dollari non è solo un onere economico, ma un segnale di politica industriale che ridisegna le priorità sull’ingresso di forza lavoro qualificata; chiarire la non retroattività ha evitato il caos immediato, ma la vera sfida resta tradurre l’obiettivo politico in regole coerenti ed eque.
Sul piano economico, la misura rischia di produrre effetti asimmetrici: concentrazione di competenze e opportunità nelle mani di chi ha già risorse, marginalità per chi opera senza margini. In ultima analisi, la domanda non è solo tecnica: gli Stati Uniti vogliono restare una calamita per talenti globali o intendono selezionare più stringentemente chi può entrare e a quali condizioni? Se davvero l’H-1B deve tornare a essere una corsia per talenti rari che formano e fanno crescere la forza lavoro locale, il successo della stretta dipenderà non solo da una barriera di prezzo, ma dalla capacità di dimostrare — caso per caso — che il programma rimane un moltiplicatore di competenze per il mercato del lavoro americano, non un suo surrogato.
H-1B and the $100,000 Fee: What the Proclamation Provides, Official Clarifications, and Initial Effects on the Ground

Washington, September 22, 2025 — After a day of statements, denials, and clarifications, a sense of apparent calm now prevails in political and business circles. The announcement of the new $100,000 fee on H-1B petitions, signed by President Donald Trump on September 19 and effective as of yesterday, has shaken markets, law firms, and skilled workers worldwide. While September 21 was marked by interpretive chaos, September 22 opens with a clearer picture, though many questions remain unanswered.
On September 19, the presidential proclamation introduced a one-time $100,000 payment for new H-1B petitions. The measure, justified as aimed at “protecting American workers” and countering program abuses, assigns the Department of Homeland Security (DHS), the Department of State (DOS), and border agencies the responsibility of verifying and enforcing compliance. The text of the proclamation and the official White House fact sheet set the effective date at September 21, 2025, 12:01 a.m. ET, with instructions for the agencies to coordinate implementation.
In the hours following the announcement, confusion prevailed: tech companies and law firms requested operational guidance, while the press circulated conflicting interpretations regarding the affected parties and implementation timing. Only in the evening did the first official clarifications arrive: a White House statement confirmed that the $100,000 fee applies exclusively to new petitions filed after 12:01 p.m. on September 21, 2025, including the 2026 lottery season. Petitions already submitted and visas already issued are therefore excluded.
Events in Georgia earlier in September made the matter more concrete. At an industrial facility linked to Hyundai-LG, a large federal operation resulted in the arrest and deportation of hundreds of foreign workers—many holding formally valid visas. The investigation did not limit itself to document verification; it also highlighted employment practices where, according to investigators, foreign workers were engaged in routine operational roles without structured training programs for the U.S. workforce.
Originally conceived as a channel to import rare skills and foster national human capital development, the program, according to some, had evolved into a tool for sourcing specialized labor at lower costs. The episode immediately sparked debate on the use of foreign workers in operational roles without adequate skill transfer to local labor, exposing tensions between immigration policy, foreign investment, and labor laws.
On social media, videos and testimonies show H-1B visa holders who, upon hearing the news, requested not to travel or attempted to disembark, fearing they would not be able to return to the United States. The scene is emblematic: when public policy affects daily life, the reaction is immediate; the perception of uncertainty can generate human and logistical costs equivalent to the policy itself.
Thus, September 21 closed with a clearer picture: no retroactivity, focus on new petitions filed after the effective date, and an enforcement approach emphasizing the political objective of “putting American workers first.” However, challenges remain: agencies must translate the proclamation’s directives into coherent operational procedures across USCIS(petition stage), DOS (consular visas), and CBP (border entry), avoiding inconsistent applications and uncertainty for businesses and families. The coming weeks will reveal whether institutional coordination can prevent further chaos and whether the promised remedies—from “national interest” exceptions to clarity on document checks—will adequately reconcile workforce protection and the continuity of high-skilled supply chains critical to much of the U.S. economy.
In the background, reactions in recent hours offer a lesson in industrial policy: tech giants will likely absorb the new costs more easily, while small and medium-sized enterprises may bear disproportionate financial and operational burdens.
Yet a crucial question remains: will the political clarification of non-retroactivity be applied consistently in consular practices, DOS instructions, and CBP operational assessments at the time of entry?
Essentially, the proclamation introduces three new or reinforced elements. First, it imposes a one-time $100,000 fee for new H-1B petitions filed abroad. At the same time, the Department of Labor is tasked with reviewing prevailing wage levels, while DHS must prioritize petitions for high-salary positions and skills that are not easily replicable in the domestic labor market. Finally, DOS and CBP assume a strengthened role in compliance verification, both at visa issuance and at entry to the U.S.
For multinational corporations with massive budgets, $100,000 per petition may be financially manageable, but the reality is more nuanced and strategically significant. Firms submitting thousands of petitions annually see the total amount aggregate into hundreds of millions, potentially impacting labor policies, outsourcing, and R&D location strategies. Some companies might reconsider the geographic distribution of their R&D, increasing investment in countries with more favorable immigration regimes, affecting production sites and global value chains.
Reactions have been swift. Many experts highlight the risk of a slowdown in attracting global talent, while Elon Musk, commenting on X, described the measure as “a competitive own goal that will push brains and innovation out of the United States.”
The fee has a selective effect that goes beyond mere cost: it makes internal experimentation, short-term contracts, or pilot programs launching new services more expensive. For a large company testing rapid international team models, the financial constraint may lead to longer innovation timelines. Regulatory and reputational pressures also create indirect costs: increased audits and the need for legal and compliance advice raise the administrative burden of using H-1B visas.
For SMEs, the issue is even more immediate. Startups, specialized manufacturing firms, and consulting firms often rely on H-1B visas to attract skills not available locally; in many cases, the economic value each worker brings to the company is high relative to the entry cost, but it does not justify an additional $100,000 per new hire. The practical result is a strong disincentive to use the program: fewer international hires, reduced growth capacity, and, on an aggregate level, a potential contraction of the productive and innovative dynamism of the business ecosystem.
The financial barrier also promotes competitive consolidation: those with resources can internalize the risk, while those without are excluded, generating a concentration effect that may exacerbate existing economic asymmetries.
One of the most critical issues concerns the “last mile”: after consular stamping, U.S. admission remains at CBP’s discretion, even with clarifications on non-retroactivity. Interpretive divergences between agencies could therefore result in outcomes inconsistent with the policy’s intent. The proclamation also provides case-by-case exemptions related to the “national interest,” but concrete criteria—ranging from critical infrastructure to strategic research—remain undefined, raising the risk of disparities between employers.
Ultimately, the $100,000 fee is not just a financial burden; it is a signal of industrial policy reshaping priorities for the entry of skilled labor. Clarifying non-retroactivity avoided immediate chaos, but the real challenge remains translating the political objective into coherent and equitable rules.
Economically, the measure risks producing asymmetric effects: concentration of skills and opportunities in the hands of those with resources, marginalization for those operating without margins. In the end, the question is not only technical: do the United States intend to remain a magnet for global talent, or to more strictly select who can enter and under what conditions? If the H-1B is to return to being a corridor for rare talent that develops and grows the local workforce, the success of the crackdown will depend not only on a price barrier but on the ability to demonstrate—case by case—that the program remains a multiplier of skills for the U.S. labor market, not a substitute.
H-1B, la tasa de $100,000 dólares: lo que prevé la Proclamación, las aclaracionesoficiales y los primeros efectos en la práctica

Después de una jornada de declaraciones, desmentidos y aclaraciones, hoy en los círculos políticos y empresariales prevalece una calma aparente. El anuncio de la nueva tasa de 100,000 dólares sobre las peticiones H-1B, firmada el 19 de septiembre por el presidente Donald Trump y que entró en vigor ayer, agitó mercados, bufetes de abogados y trabajadores calificados en todo el mundo. Si el 21 de septiembre fue el día del caos interpretativo, el 22 se abre con un panorama más claro, aunque con muchos interrogantes aún sobre la mesa.
El 19 de septiembre, de hecho, la Proclamación presidencial introdujo un pago extraordinario de 100,000 dólares para las nuevas peticiones H-1B. La medida, justificada con el objetivo de “proteger a los trabajadores estadounidenses” y de frenar los abusos del programa, encarga al Departamento de Seguridad Nacional (DHS), al Departamento de Estado (DOS) y a las agencias fronterizas la tarea de verificar y hacer cumplir su aplicación. El texto de la disposición y la ficha oficial de la Casa Blanca fijan la entrada en vigor para el 21 de septiembre de 2025 (12:01 a.m. ET), con la instrucción de que las agencias se coordinen para la implementación.
Tras el anuncio predominó la confusión: empresas tecnológicas y bufetes legales solicitaron instrucciones operativas, mientras que la prensa difundía interpretaciones contradictorias sobre destinatarios y plazos de aplicación. Solo al final de la jornada llegaron las primeras aclaraciones oficiales: una nota de la Casa Blanca precisó que la contribución de 100,000 dólares se aplica exclusivamente a las nuevas peticiones presentadas después de las 12:01 del 21 de septiembre de 2025, incluida la temporada de lotería de 2026. Quedan, por tanto, excluidas las solicitudes ya entregadas y los visados ya emitidos.
Lo ocurrido en Georgia a inicios de septiembre hace el asunto más tangible. En una planta industrial vinculada a Hyundai-LG, una amplia operación federal llevó al arresto y repatriación de cientos de trabajadores extranjeros —muchos de ellos con visados formalmente válidos—. La investigación no se limitó a verificar la regularidad documental; señaló prácticas contractuales y laborales que, según los investigadores, habrían colocado a trabajadores extranjeros en tareas operativas ordinarias, sin programas estructurados de capacitación destinados a la fuerza laboral estadounidense.
Concebido originalmente como un canal para importar competencias escasas y favorecer el desarrollo del capital humano nacional, el programa se ha transformado, para algunos, en un instrumento para obtener mano de obra especializada a costos más competitivos. El episodio alimentó un debate inmediato sobre el uso de trabajadores extranjeros en funciones operativas, sin transferencias adecuadas de competencias a la fuerza laboral local, poniendo en evidencia tensiones entre política migratoria, inversión extranjera y legislación laboral.
En redes sociales, videos y testimonios muestran a titulares de H-1B que, al enterarse de la noticia, pidieron no viajar o intentaron desembarcar, temiendo no poder regresar a Estados Unidos. La escena es emblemática: cuando una política pública impacta en la vida cotidiana, la reacción es inmediata; la percepción de incertidumbre puede generar costos humanos y logísticos comparables a la propia medida.
El 21 de septiembre concluyó, entonces, con un panorama más claro: sin retroactividad, enfoque en nuevas peticiones presentadas tras la entrada en vigor y un cumplimiento que prioriza el objetivo político de “poner a los trabajadores estadounidenses en primer lugar”. Sin embargo, queda un frente abierto: las agencias deben traducir el mandato de la Proclamación en procedimientos operativos coherentes entre USCIS (fase de petición), DOS (visados consulares) y CBP (ingreso en fronteras), evitando divergencias y generando certidumbre para empresas y familias. Las próximas semanas dirán si la coordinación institucional logrará evitar nuevos episodios de caos y si los correctivos prometidos —desde excepciones por “interés nacional” hasta claridad en las verificaciones documentales— serán suficientes para equilibrar la protección laboral con la continuidad de las cadenas de alta especialización, de las que depende gran parte de la economía estadounidense.
De fondo, las reacciones de estas horas ofrecen una lección de política industrial: los gigantes tecnológicos probablemente absorberán los nuevos costos con más facilidad, mientras que las pequeñas y medianas empresas podrían sufrir gastos e incertidumbres de manera desproporcionada.
Sin embargo, persiste una cuestión crucial: ¿la no retroactividad aclarada a nivel político será aplicada de forma uniforme en las prácticas consulares, en las instrucciones del Departamento de Estado y en las decisiones del CBP al momento del ingreso?
En lo esencial, la Proclamación introduce tres elementos nuevos o reforzados. Primero, impone, además del pago único de 100,000 dólares, que se aplique a las nuevas peticiones H-1B presentadas en el extranjero. Al mismo tiempo, el Departamento de Trabajo debe revisar los niveles salariales prevalentes, mientras que el DHS debe dar prioridad a las peticiones relacionadas con puestos de alto valor salarial y con competencias difíciles de replicar en el mercado doméstico. Finalmente, el DOS y el CBP asumen un papel reforzado en la verificación del cumplimiento, tanto al emitir el visado como durante el ingreso a Estados Unidos.
Para multinacionales con presupuestos desmesurados, cien mil dólares por cada petición pueden ser absorbibles en términos financieros, pero la realidad es más matizada y relevante en el plano estratégico. Quien presenta miles de peticiones al año ve la suma agregada ascender a cientos de millones, con posibles impactos en políticas laborales, de subcontratación y de localización de actividades de I+. Algunas empresas podrían, por tanto, replantear la distribución geográfica de sus I+D, aumentando inversiones en países con regímenes migratorios más favorables, con efectos en las ubicaciones productivas y en la cadena global de valor.
Las reacciones no se hicieron esperar. Muchos expertos subrayaron el riesgo de un freno en la atracción de talentos globales, mientras que Elon Musk, comentando en X, calificó la medida como “un autogol competitivo que expulsará cerebros e innovación de Estados Unidos”.
La tasa tiene un efecto selectivo que va más allá del precio: encarece la experimentación interna, los contratos de corto plazo o los programas piloto que lanzan nuevos servicios. Para una gran empresa que probaba modelos rápidos de equipos internacionales, el obstáculo económico puede traducirse en más tiempo para innovar. La presión regulatoria y reputacional también genera costos indirectos: mayores controles, auditorías y necesidad de asesoría legal y de cumplimiento aumentan el costo administrativo del recurso al H-1B.
Para las pymes la cuestión es aún más inmediata. Startups, empresas manufactureras especializadas y consultoras recurren con frecuencia al visado H-1B para atraer competencias no disponibles localmente; en muchos casos, el valor económico que cada trabajador aporta a la empresa es elevado en relación con el costo de ingreso, pero no justifica una carga adicional de 100,000 dólares por cada nueva contratación. El resultado práctico es una fuerte desincentivación del uso del programa: menos contrataciones internacionales, menor capacidad de crecimiento y, en conjunto, una posible contracción del dinamismo innovador del tejido productivo.
La barrera económica favorece además un proceso de consolidación competitiva: quienes disponen de recursos pueden absorber el riesgo, mientras que quienes no los tienen quedan excluidos, generando un efecto de concentración que podría acentuar las asimetrías ya presentes en el sistema económico.
Una de las cuestiones más críticas concierne al “último tramo”: tras el estampado consular, la admisión en Estados Unidos queda a discreción del CBP, incluso con las aclaraciones sobre la no retroactividad. Divergencias interpretativas entre agencias podrían traducirse en resultados contradictorios respecto a la intención política. La Proclamación prevé además exenciones caso por caso vinculadas al “interés nacional”, pero aún deben definirse los criterios concretos —desde infraestructuras críticas hasta investigación estratégica— con el riesgo de crear desigualdades entre empleadores. En definitiva, la tasa de 100,000 dólares no es solo una carga económica, sino un mensaje de política industrial que redefine las prioridades en el ingreso de mano de obra calificada; aclarar la no retroactividad evitó el caos inmediato, pero el verdadero desafío sigue siendo traducir el objetivo político en reglas coherentes y justas.
En el plano económico, la medida corre el riesgo de producir efectos asimétricos: concentración de competencias y oportunidades en manos de quienes ya cuentan con recursos, marginalización de quienes operan sin márgenes. En última instancia, la pregunta no es solo técnica: ¿Estados Unidos quiere seguir siendo un imán para los talentos globales o pretende seleccionar más estrictamente quién puede entrar y en qué condiciones? Si realmente el H-1B debe volver a ser un canal para talentos raros que formen y hagan crecer a la fuerza laboral local, el éxito de este endurecimiento dependerá no solo de una barrera de precio, sino de la capacidad de demostrar —caso por caso— que el programa sigue siendo un multiplicador de competencias para el mercado laboral estadounidense, y no un simple sustituto de este.
