Paradise Papers, ultime scottanti rivelazioni


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Segnaliamo l’articolo dello Studio Salussolia & Associates di Miami, partner internazionale dello Studio Legale Giannone:
«Sono oltre 13 milioni i documenti chiamati Paradise Papers, sottratti a Appleby (Bermuda) e Asiaciti Trust (Singapore), due società finanziarie che gestiscono le società off-shore, e finiti nelle mani di giornalisti tedeschi e dell’International Consortium of Investigative Journalists (Icij).

Dopo la nota indagine che coinvolse nel 2015 i Panama Papers, vengono ora alla luce nuove scottanti rivelazioni su come miliardi di dollari in entrate fiscali verrebbero sottratti ai governi mondiali.

I files descrivono le attività off-shore di politici, tra cui il ministro del commercio americano William Ross, l’ex generale Wesley Clark, già comandante supremo della Nato in Europa, il co-fondatore della Microsoft, Paul Allen, il tesoriere del premier canadese, il ministro delle finanze brasiliano, nonchè Star come Madonna, le regine d’Inghilterra e Giordania, e grandi della finanza e delle multinazionali, tra cui Apple, Nike e Uber.

Cosí, la Regina Elisabetta II d’Inghilterra avrebbe investito 10 milioni di sterline di fondi privati in un fondo off-shore con base alle Isole Cayman, mentre il Ducato di Lancaster, che gestisce in totale 500 milioni di sterline, insieme al Ducato di Cornovaglia dell’erede al trono, registrerebbero investimenti alle Bermuda.

Paul Allen, co-fondatore di Microsoft avrebbe investito attraverso società off-shore in un mega-yacht e alcuni sottomarini.

Il segretario al Commercio di Donald Trump, Wilbur Ross, invece, gestirebbe affari che hanno legami con il genero del presidente russo Vladimir Putin. Secondo le nuove rivelazioni, si tratterebbe di una società di navigazione nella quale Ross ha interessi e con la quale ha effettuato una serie di investimenti off-shore.

Viene definita società off-shore un’organizzazione che ha la propria sede legale in un paese diverso da quello nel quale sviluppa i suoi affari principali. In tali circostanze, si prediligono paesi (c.d. “paradisi fiscali”) in grado di offrire esenzioni da tassazione sui profitti, semplificazione di burocrazia e riservatezza sulle identità dei titolari delle società.

Attività di per sè legali, qualora dichirate al fisco ed alle autorità nazionali, possono tuttavia celare intenzioni ed azioni più o meno lecite di personaggi ed imprese che aspirano ad una riduzione dell’imposizione fiscale e/o che non desiderano apparire in prima persona.

Spesso, infatti, le società off-shore sono “scatole vuote”, create ai soli fini di poter disporre di strumenti legali per portare a termine schemi di elusione fiscale a livello internazionale.

Cosí, anche nel caso della Regina Elisabetta II, seppure la BBC abbia subito sottolineato che non vi è nulla di illegale negll’investimento alle Isole Cayman, rimane lecito domandarsi il motivo per il quale la stessa abbia deciso di investire in paradisi fiscali attraverso strutture off-shore.

I documenti emersi dimostrano ancora una volta l’importanza del sistema finanziario off-shore, in grado di gestire ricchezze mondiali in modo, per così dire, “parallelo” rispetto al sistema visibile. Entità di questo tipo non rappresentano l’eccezione, bensí la normalità del sistema finanziario internazionale.

Grandi economisti stimano che il 10% delle ricchezze fiinanziarie mondiali si trovino in paradisi fiscali, con esclusione dal calcolo di beni di lusso quali ville, yacht, aerei, gioielli e opere d’arte di cui è impossibile effettuare una stima accurata.

Le indagini intraprese dall’International Consortium of Investigative Journalists (Icij) hanno come obiettivo quello di portare alla luce eventuali attività illecite che si nascondono dietro tali entità.

Inutile dire che, in questo caso, i documenti emersi hanno anche un’importanza storica perché coprono un periodo che va dal 1950 al 2016 e coinvolgono 25mila entità in 180 paesi, personaggi illustri ed aziende note le quali, per periodi più o meno lunghi, hanno scelto di investire oppure operare attraverso organizzazioni off-shore. I 382 giornalisti coinvolti hanno analizzato più di 13 milioni di documenti, tra cui quasi 7 milioni di accordi di prestito, bilanci, e-mail, trattative e altri documenti.

L’inizio delle investigazioni ha destato preoccupazioni anche in capo ai Ministri delle Finanze dell’Unione Europea, i quali sono al lavoro per stilare una blacklist dei paesi non collaborativi nella lotta contro l’evasione fiscale. Ad oggi, infatti, nella “lista nera” dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OCSE) figura un solo Paese, Trinidad e Tobago. Particolare di non poco scalpore se si considera l’enorme lavoro compiuto negli ultimi anni a seguito dell’inchiesta dei Panama Papers.

Anche in questo caso, tuttavia, il progetto dell’Unione Europea si rivela alquanto ambizioso, dal momento che le recenti proposte di legge in tema di trasparenza societaria e le direttive antiriciclaggio non hanno trovato il consenso degli Stati Membri dell’Unione Europea, i quali mantengono una posizione conservativa.»

Articolo redatto da Cav. Piero Salussolia, Esq. e Dott.ssa Federica Magni.

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